Personal branding: le tre domande che devi farti per renderlo efficace

Il personal branding non è un atto di autocelebrazione ma una strategia che porti a promuovere l’attività di un Ceo, un professionista, un politico o chiunque abbia qualcosa da proporre a qualcuno per risolvere il suo problema o la sua necessità.

La pandemia ha cambiato profondamente le nostre abitudini quotidiane e, di conseguenza, anche quelle lavorative. Siamo ormai abituati ad avere incontri online, non abbiamo più bisogno di grandi spostamenti anche per una semplice riunione interlocutoria. Allora come è cambiato il personal branding? Quali domande dobbiamo proci per renderlo davvero efficace?

Sempre più persone, lo avrai notato anche su te stesso, seguono fatti o apprendono notizie o studiano o si aggiornano, sul web. Il mondo non si è digitalizzato ma, certamente, ha imparato che la rete può essere una risorsa dal valore inestimabile. Questo non deve spaventarti né deve farti chiudere al cambiamento. Troppo spesso, infatti, sento ancora capitani di una qualche ventura “vantare” un certo distacco dall’online, per non parlare dei social media. Peccato per loro, però, perché è in rete che oggi si muove il traffico, di conoscenze, di competenze e di affari. Rinunciare a farne parte per partito preso è solo il più grande degli errori.

Per rendere efficace il nostro personal branding dobbiamo porci tre domande:

Chi sono?

A chi mi rivolgo?

Cosa posso fare per loro?

Chi sono

Definisci con precisione le tue caratteristiche. Non parlo solo, come è scontato che sia, di competenze professionali ma anche di riferimenti valoriali. Se non si nota qualcosa di diverso in te, che derivi dalla motivazione che ti spinge a lavorare, la discriminante tra scegliere te o un altro la farà solo il prezzo. Pessima strategia, oltre che pessima vita per te.

Ad esempio, io sono spinto dalla convinzione che tutti possano avere la propria media company.

Nell’era del sovraccarico di informazioni, tutti noi abbiamo la sola speranza, per evitare l’esaurimento, di poter scegliere le fonti dalle quali apprendere notizie e nozioni. Al contrario, il mondo dei media tradizionali è in grande crisi visto che le suddette fonti ormai si moltiplicano e, potenzialmente, chiunque può diventare un medium con il suo smartphone. Un giornalista, come l’utente, viene subissato di “presunte” notizie e di richieste quindi scegliere a chi o a cosa dare visibilità è sempre più difficle. Devi ovviare a questo rischio, non puoi lavorare per qualcosa che poi non avrà seguito e non verrà visto da nessuno. Va da sé quindi che se vuoi essere sicuro di raggiungere il tuo pubblico di riferimento devi avere dei canali tuoi all’interno dei quali il palinsesto lo decidi tu.

A chi mi rivolgo

Chi è il tuo buyer persona ovvero colui o colei che sia interessato a quello che proponi o che vendi? Definisci un identikit, chi è, cosa fa, a cosa aspira e cosa teme. Può sembrare scontato ma non lo è e spesso, soprattutto nelle campagne elettorali, si corre il rischio di cadere in errore pensando di dover parlare a tutti indistintamente. Anche l’avvocato, l’ingegnere, il medico o qualsiasi altro libero professionista hanno un pubblico ben definito. La differenza sta nel fatto se lo hai capito o meno e se, in seconda battuta, lo hanno definito con precisione.

Qualche suggerimento per individuare il tuo cliente tipo posso dartelo partendo dalla mia esperienza. Oggi non si usano più i forum ma quasi tutti siamo iscritti ad un social network che, come dice la parola stessa, esiste ed ha successo perché permette alle persone di entrare in contatto con semplicità. Ancora, la svolta privacy di Facebook, per dirne una, ha fatto in modo da far nascere stanze e gruppi dedicati ad ogni singolo argomento. Quindi se sei un avvocato civilista di Bari troverai un numero indefinito di gruppi legati sia alla materia di cui ti occupi che alla territorialità nella quali lavori (magari potresti aggiungere anche quella dove vivi).

Sono un comunicatore, un giornalista ed un social media manager e quindi posso propormi a chi abbia bisogno di comunicare (nel senso letterale di mettere in comune) il proprio messaggio, prodotto o servizio con una comunità specifica.

Cosa posso fare

“Uno è lieto di poter servire” diceva Robin Williams ne “L’Uomo Bicentenario”, film nel quale interpretava un maggiordomo-macchina tutto fare con l’aspirazione di diventare umano. Il nostro problema è che, a differenza del protagonista di quella storia, non siamo in grado di fare qualsiasi cosa e in modo eccellente. Abbiamo delle specializzazioni e solo quelle possono fare davvero la differenza per coloro che intendano ingaggiarci.

Quando avrai definito le tue competenze e, quindi, le possibilità di aiutare gli altri, ti resterà solo di decidere come farlo sapere. Io ti suggerisco, in base a quello che ho fatto per me e che ha funzionato, di costruire una tua piattaforma. Un tuo sito web con tanto di form contatti e, soprattutto, un blog. Uno spazio immateriale dove riversare il tuo sapere così da presentarti adeguatamente a chi dovesse presentarsi alla tua porta online.

Subito dopo, ovviamente, i social media che, però, non sono tutti uguali. Facciamo chiarezza, non devi “stare” dappertutto, devi essere operativo e dinamico e scegliere bene su quali piattaforme social. Anche qui, innanzitutto chiediti quale social frequentano i tuoi clienti e non inseguire le mode del momento. Io lavoro con imprenditori, professionisti e politici, tutti da una determinata età in su e, quindi, avrebbe avuto senso per me “lanciarmi” su Tik Tok? Certo che no. Lavori con le immagini? Allora concentrati su Instagram e non perdere tempo, per esempio, su Linkedin. Ognuno ha le proprie necessità e le proprie competenze quindi non avere paura di fare delle scelte precise.

Se c’è ancora qualcosa che non ti convince contattami subito e ti aiuterò a rispondere alle domande per un personal branding efficace.

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